La crisi sanitaria che sta coinvolgendo il mondo, come noto, ha avuto le sue inevitabili ripercussioni anche nello sport: i campionati nazionali, di qualsiasi disciplina, un po’ ovunque sono stati sospesi, in qualche caso addirittura già annullati. Non ha fatto eccezione il nostro Paese e non ha fatto eccezione il nostro sport. In sostanza l’ultima corsa disputatasi è la stata a marzo la Parigi-Nizza. Dopodiché, con grande rammarico, è stata tutta una sequela di cancellazioni  o tentativi di rinvio. E’ di questi giorni il disperato tentativo dell’Unione Ciclistica Internazionale di salvare la stagione,  riprogrammando almeno gli eventi più importanti. A partire dal Tour de France e sino ad arrivare al Giro ed alle classiche monumento. Tutti eventi affastellati malamente  nell’arco di poco più di due mesi, con inevitabili e già contestate sovrapposizioni, quando in una stagione normale occupano in pratica un anno intero.

Contemporaneità di grandi eventi

Il Giro, in questo calendario emergenziale, sarebbe stato collocato nel corso del mese di ottobre. RCS si è già lamentata delle contemporaneità fra la corsa rosa, la Vuelta di Spagna ed alcune classiche (ex) di primavera. Sarebbe scontata l’assenza di molti protagonisti, concentrati magari su questi ultimi obiettivi. In una situazione di tale gravità epidemica, in cui peraltro neppure sarà sicura la disputa delle corse riprogrammate, visto che all’evidenza neppure gli epidemiologi sanno con precisione come si diffonderà il virus nei prossimi mesi, forse sarebbe stato meglio darsi semplicemente un arrivederci al prossimo anno. Quando auspicabilmente il clima, anche fra tifosi ed appassionati  dovrebbe essere migliore.

In una situazione come quella attuale, col virus che ancora circola fra la popolazione, sarebbe estremamente difficile riproporre una corsa con le normali modalità: giornalisti liberi di entrare ed uscire dalle aeree di partenza ed arrivo, tifosi a migliaia a bordo strada e vicino al traguardo o sotto il palco del cerimoniale di tappa. E se allora tutto questo non sarà ovviamente possibile, salvo impreventivabili, ad oggi, regressioni dell’epidemia, piuttosto che assistere a tappe “a porte chiuse” sarebbe stato meglio appunto rinviare a tempi migliori.

Le carenze di un ciclismo da riformare

Perché non è stato fatto? Qui entrano in ballo le strutturali carenze del ciclismo che il coronavirus sta certamente mettendo a nudo. Il tentativo di salvare le corse più importanti della stagione si giustifica con l’esigenza di garantire gli eventi che permettano agli sponsors di non perdere i loro investimenti finanziari nelle squadre. Ed anche queste ultime auspicano perlopiù una ripresa delle attività agonistiche. Per lo stesso motivo e per il timore, peraltro da più parti da subito paventato, di perdere i finanziamenti promessi. Col rischio così di chiudere la squadra, licenziare i corridori e mandare a casa tutto il personale di supporto.

In questo si manifesta certamente una fragilità del sistema-ciclismo. Infatti le entrate che permettono la sopravvivenza delle squadre e che  permettono di dare lavoro a meccanici, massaggiatori e tecnici, oltre che agli stessi corridori, provengano in larga parte dalle rimesse degli sponsor. In questo modo dipendendo dagli umori di questi ultimi. Quante volte, anche in passato, i vari sponsors hanno prospettato remissioni dei loro impegni finanziari, in caso di mancato invito della squadra sponsorizzata dalle corse per loro più importanti, spesso facendo dipendere il loro sostegno economico proprio da tali inviti. Al Giro è successo spesso, soprattutto con le cosiddette squadre “professional” italiane. Ovvero quelle che, non facendo parte del cosiddetto circuito mondiale, non avevano, e non hanno, la certezza di un invito alle corse principali della stagione.

Ripensare il ciclismo

Questa epidemia dovrebbe invece costituire l’occasione per ripensare l’architettura delle entrate del ciclismo. Non è tollerabile, ad esempio, che in altri sport le squadre professionistiche ricevano cospicue entrate dai diritti di diffusione televisiva, mentre nel ciclismo, che è lo sport popolare per eccellenza, questi enormi proventi finiscano nelle casse degli organizzatori, senza che neppure una fetta sia destinata a chi lo spettacolo lo produce per davvero.

Oppure che di fatto in tutti gli sport gli spettatori paghino un biglietto di ingresso mentre nel ciclismo non accade. Attenzione, questo non vuol dire assolutamente snaturare l’essenza del rapporto fra il tifoso e la gara, che è un rapporto di prossimità, di attesa a bordo strada, di passaggio sotto il balcone. Un rapporto che, come tale, è e deve rimanere gratuito. Forse però ripensare una soluzione di ingresso a pagamento per le aree del traguardo, o per i punti più iconici di una corsa, potrebbe essere un’idea da valutare. O ancora lo sviluppo del cosiddetto merchandising. Il quale in altre discipline rappresenta una fetta cospicua della torta delle entrate, e che nel ciclismo invece, ad oggi non pare approfonditamente esplorata.

L’importanza di una pluralità delle entrate

Aldilà delle soluzioni particolari che potrebbero essere pensate, ciò che per certo il virus dovrebbe provocare, dovrebbe essere una seria riflessione sulla sopravvivenza delle squadre. Questa in futuro non potrà più essere rimessa solo alla volontà degli sponsor. Dovrà necessariamente fondarsi su un sistema di pluralità di entrate, in termini finanziari si direbbe diversificando il portafoglio, che possa consentire al nostro sport di reggersi autonomamente, senza sottostare alle mutevoli lune dei finanziatori. O comunque perlomeno consentendo al management dei vari gruppi sportivi di fare della ricerca dello sponsor non un’occasione per ansiogeni timori di sopravvivenza tecnico-sportiva, ma più semplicemente un’opportunità per incrementare il proprio budget. In una logica in cui il nome della squadra potrà pur sempre identificarsi col nome dello sponsor, come da sempre accade.

Se questo sistema esiste in tutti gli altri sport, più o meno praticati, non c’è ragione perché non possa esistere anche nel ciclismo, che per numero di appassionati non è secondo a nessuno. Alle istituzioni politiche nazionali ed  internazionali, ed alle federazioni, il compito di cogliere nel virus un’irrinunciabile occasione. In modo da ripensare la gestione finanziaria delle squadre e, in ultimo, la valorizzazione dello spettacolo unico che un evento ciclistico sa produrre.

Di Mario Delitala

Di Mario Delitala

avvocato di professione, ma con una profonda passione per il ciclismo, praticato e guardato. Nel poco tempo libero a disposizione si allena, da solo ed in compagnia, studiando sempre nuovi percorsi da appassionato cacciatore di grandi salite, da percorrere rigorosamente al proprio lento passo, con la sola soddisfazione di arrivare in cima. Fra i suoi “scalpi” più importanti alcune mitiche salite della storia del ciclismo, come il Col de Vars ed il Col d’Allos nelle Alpi francesi o il Colle della Maddalena, nelle Alpi italiane. Realizza uno dei suoi sogni, quello di scrivere di ciclismo, col gusto di provocare discussioni e dibattiti, in linea con le proprie abitudini professionali.

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