Cosa ci ha lasciato questo tour: riflessione sulle differenze con il Giro

In queste settimane abbiamo assistito, senza paura di smentita, alla corsa a tappe più bella e appassionante degli ultimi anni.
Un evento che per spettacolo e impatto mediatico ha travolto l’intero mondo sportivo.
Il Tour però non è solo spettacolo ma è stato anche teatro di performance sportive e agonistiche che sono state in grado di raggiungere livelli mai sperimentati prima.
Da dove arriva tutto ciò? Semplice effetto del caso o congiunzione astrale?
No assolutamente, tutto ciò deriva da un lungo lavoro e da una capacità di rinnovare e innovare mantenendo saldamente la tradizione e la storia al centro del progetto
Il Tour ha saputo costruirsi e ricostruirsi dopo gli anni e gli scandali legati ad Armstrong che hanno cancellato quasi un decennio di storia della maglia gialla. Un evento che non ha eguali nello sport e che avrebbe potuto essere la fine in termini sportivi e mediatici del Tour.
Da questo baratro il Tour si è ripreso con lungimiranza e programmazione guidato sia dai valori sportivi che dai media francesi che sono stati in grado di restituire credibilità e interesse sono riusciti a renderlo uno degli eventi più seguiti al mondo, tanto da riguadagnare il ruolo centrale nel calendario ciclistico.
Proviamo allora a delineare le traiettorie che hanno consentito al Tour di ottenere questi successi rendendo ancora più impietoso il confronto con il Giro d’Italia.
Partiamo dal ruolo dei media. La stampa francese è indubbio la più schietta e onesta nel giudicare gli eventi sportivi, condita da un malcelato patriottismo a volte autocelebrativo. Cosa ha comportato ciò? Gli anni del baratro del Tour hanno visto critiche ferocissime nei confronti del sistema che hanno certamente condizionato l’immagine del Tour e in parte guidato quel processo di rinnovamento dell’UCI con lo slogan “mai più”.
Allo stesso momento adesso che il Tour ha riconquistato credibilità occupa un ruolo centrale nella comunicazione sportiva, scevro da campanilismi (vista anche l’assenza di corridori francesi in grado di lottare per la maglia gialla) ma condito dal solo amore per valori sportivi che vantano radici orami ultracentenarie.
Il Tour ha un ruolo centrale nella comunicazione sin dalla sua programmazione e le 3 settimane sono solo l’apoteosi di un attesa che nel corso dell’anno accresce vedendo le prime corse a tappe come la Parigi Nizza e il Delfinato che stuzzicano l’appetito in vista del grande evento.
La stampa difende ed esalta il Tour ne celebra le imprese e i valori, è in grado di dargli spazio e luce su tutte le prime pagine dei quotidiani ove occupa un ruolo centrale nella comunicazione.
Da qui si vede la frattura più grande con il nostro Paese. In Italia, benché un gruppo editoriale importantissimo e molto stimato il responsabile dell’organizzazione del Giro, la manifestazione è spesso relegata a trafiletti che a stento guadagnano la prima pagina. Una comunicazione guidata e condizionata dal mondo del calcio, che seppur gli va riconosciuto un peso importante dal punto di vista economico, spesso diventa oscurantista nei confronti di altri sport limitandone la crescita.
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Bisogna ritrovare coraggio di riprendere ed esaltare quegli stessi valori che a suo tempo avevano ispirato i giornalisti a organizzare quel folle primo Giro d’Italia. Ritrovare quella forza e quel desiderio di sentirsi ancora una volta protagonisti nella storia del nostro Paese, tornare a raccontare valori di coraggio, forza e onesta che non possono non rianimare e contagiare di vivida passione tutto il nostro popolo. Bisogna tornare a raccontare la storia del nostro giro e del nostro paese per ridargli ancora una volta valore e dignità.
La Grand Boucle ha saputo rinnovarsi e innovare mantenendo un carattere e un fascino internazionale e supportata da un’ottima organizzazione con visione aperta al futuro ad oggi sembra irraggiungibile da qualunque altra manifestazione. I curatori del Tour hanno saputo intravedere la necessità di cambiare anche il percorso per adattarlo alle nuove esigenze televisive. Tappe trasmesse in modo integrale hanno necessitato di una revisione dei percorsi per poterle rendere godibili fin dal primo momento. Via alcuni tapponi noiosi per oltre 2/3 ore e privilegiare percorsi irregolari più simili a classiche che a tappe di un grande giro ma con meno km in modo da ottenere corse esplosive sin dalle prime battute.
Anche su questo tema il Giro sembra non essere stato finora in grado di adeguarsi e di rinnovarsi.
La strada è tracciata, il Tour di quest’anno ha segnato il passo del tempo che cambia e che come ogni piccola rivoluzione esige che tutti coloro che sono coinvolti in questo mondo siano disposti a cambiare un po’ perché proprio tutto ciò in cui si crede in termini di valori sportivi non cambi e resti al centro del racconto di questa storia.

Vincenzo Davide Catania

Vincenzo Davide Catania ha 35 anni e vive tra i ridenti colli di Bologna dove lavora come Chirurgo Pediatra presso l’Ospedale Sant’Orsola. Sposato con una donna meravigliosa che gli ha regalato 2 piccoli angeli, Giulia ed Emanuela. La passione per il ciclismo riemerge nei ricordi adolescenziali delle epiche imprese del Pirata, delle roboanti vittorie di Cipollini e Petacchi e delle imprese, nelle fredde terre del Nord, di Bartoli. Passista per natura e vocazione, nel poco tempo libero, spesso rubato al sonno alle prime luci dell’alba, coltiva la propria passione per la bici in una sfida costante con se stesso nella scoperta di nuovi e stimolanti percorsi che lo riportino ad un contatto puro con la natura delle montagne e del bosco.

Un pensiero su “Cosa ci ha lasciato questo tour: riflessione sulle differenze con il Giro

  • Agosto 24, 2023 in 9:02 am
    Permalink

    sono perfettamente d’accordo con l’articolo.
    Quest’anno ho visto Giro e Tour (in francese) e le differeze a favore del secondo sono molte.
    A mio parere le nostre tappe sono troppo monotone (km di piattoni senza sugo).
    Bene gli arrivi intermedi dove vengono assegnati secondi per la classifica generale, così si incentiva la bagarre tra gli uomini di vertice.
    Ridurre il chilometraggio delle tappe e non renderle di solo trasferimento.
    Mettere nella prima settimana montagne di un certo rilievo darebbe subito movimento alla classifica e poi ultimo, ma non in ordine di importanza, i cronisti siano più sciolti e non raccontino le solite baggianate.
    Speriamo.
    Ciao.

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