Doping e antidoping: cosa cambia dal mondo dei pro a quello degli amatori
Nella sua storia il ciclismo, come tanti altri sport, è stato segnato dalla piaga del doping. Nonostante gli anni bui in cui emersero casi clamorosi di grandi campioni che confessarono o che furono scoperti fare uso di sostanze non consentite nel mondo dello sport (basti pensare alla vicenda di Lance Amstrong che gli costò la squalifica a vita e la privazione dei suoi sette titoli ottenuti al Tour de France), oggi sembrino essere acqua passata, c’è ancora qualcuno che insinua che uno sport duro e faticoso come il ciclismo non possa essere fatto a livelli tali da raggiungere prestazioni come quelle che negli ultimi anni i professionisti ci hanno abituato a vedere, senza trovare delle scorciatoie lecite, che in una parola possiamo chiamare doping.
Il retaggio culturale che ancora oggi persiste parlando di ciclismo, spesso derivato da una scarsa conoscenza in materia e da una superficiale valutazione dei fatti, porta a guardare con diffidenza i progressi ottenuti dagli sportivi di questa disciplina. Questo è confermato anche da fatti recenti, basti ricordare le polemiche sorte durante il Tour de France dello scorso anno, quando Jonas Vingegaard fu più volte guardato con sospetto se non addirittura accusato di fare uso di doping (accuse puntualmente smentite dai controlli antidoping che si rivelavano sempre negativi) perché le sue prestazioni erano notevolmente superiori a quelle dei suoi avversarsi e il duello contro il suo primo rivale Tadej Pogačar sembrò a un certo punto non avere più nulla da mostrare (ricordata la famosa tappa sul Col de la Loze dove lo sloveno andò in crisi perdendo ben 6 minuti da Vingegaard). Al termine di quella fatidica tappa ci fu chi insinuò che la vittoria del danese non fosse “pulita” e così Vingegaard fu costretto a ribadire ancora una volta di non assumere sostanze dopanti e di essere sottoposto quotidianamente a controlli antidoping.
È assurdo che un professionista dal calibro di Vingegaard sia costretto periodicamente a giustificare le proprie prestazioni di fronte alle domande indiscrete che gli vengono poste, dimenticando che, oltre al fatto che oggi i controlli sono serrati, soprattutto in uno sport come il ciclismo, per i ciclisti e le cicliste che lo praticano non è un gioco o un’attività di svago, ma è un lavoro a tutti gli effetti e come tale deve essere rispettato.
Prendendo in considerazione il mondo del ciclismo professionistico, si parla spesso del fatto che al giorno d’oggi le prestazioni raggiunte dagli atleti in termini di velocità, resistenza e wattaggi siano migliorate esponenzialmente rispetto al passato. Nonostante il doping non sia scomparso (e non scomparirà mai del tutto) e alcuni casi emergono ancor oggi venendo puntualmente scoperti attuando tutte le procedure previste dai regolamenti, il netto sviluppo di cui il ciclismo è protagonista da alcuni anni a questa parte ha alle sue spalle non la parola doping, bensì sviluppo tecnologico che riguarda le tecniche di allenamento e i materiali utilizzati (bici sempre più leggere e performanti), attenzione ai minimi particolari e cura di ogni dettaglio nella preparazione fisica, mentale e alimentazione.
Il sistema WADA e il protocollo ADAMS
Senza entrare nel dettaglio, possiamo affermare con certezza che i ciclisti professionisti sono la categoria di sportivi che maggiormente è soggetta a controlli antidoping, grazie alle procedure messe in atto dal Codice Mondiale Antidoping WADA (World Anti Doping Agency). Uno dei programmi messi in atto dalla WADA prende il nome di ADAMS (Anti-Doping Administration & Management System) che fa si che gli atleti e le atlete siano monitorati 365 giorni all’anno. Essi sono tenuti a comunicare la loro residenza, ogni loro spostamento e pernottamento e devono quotidianamente indicare una fascia oraria in cui devono essere reperibili per eseguire un eventuale controllo, che consiste in un esame del sangue o in un test delle urine, o in alcuni casi in entrambi. Se un ciclista non si trovasse nel luogo prestabilito all’ora indicata, verrebbe ammonito ponendosi a rischio squalifica, che scatta automaticamente dopo tre ammonizioni.
Un altro strumento utile per tenere monitorati gli atleti è il passaporto biologico, un registro che tiene conto di tutti i dati delle analisi del sangue e delle urine per confrontare i parametri e rilevare eventuali e ingiustificate anomalie rispetto al profilo tipico dell’atleta.
Generalmente, i ciclisti più controllati sono quelli più forti, quelli che vincono di più, ma a dire il vero nessuno è esente dai controlli, che vengono fatti indipendentemente dal tipo di gara o dal livello dell’atleta. In media, durante una stagione, un corridore è sottoposto dai 15 ai 20 controlli.
- [ Max 150 PSI (10,3Bar) ] Oasser gonfiatore per pneumatici ha una pressione massima di 150 PSI. È dotato di un cilindro ad alta precisione da 17 mm e di un motore ad asse lungo 390, che offre una potenza elevata, in grado di soddisfare le esigenze di gonfiaggio ad alta pressione, come riempire un pneumatico per bici da strada in soli 86 secondi.
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Antidoping nel ciclismo amatoriale
Se per i professionisti le nuove e sempre più sofisticate procedure dei controlli antidoping messe in atto dalla WADA rendono pressoché impossibile la vita dei trasgressori, per il ciclismo amatoriale il discorso è leggermente diverso.
Nelle gare amatoriali, che siano competizioni a circuito, granfondo o cronoscalate, i controlli antidoping non vengono fatti in modo capillare, ma si tratta di controlli “a campione” che interessano soltanto una percentuale dei partecipanti. In Italia questi controlli vengono attuati dai NAS (Nuclei Antisofisticazione e Sanità) dell’Arma dei Carabinieri su richiesta del Ministero della Salute, che svolgono la duplice funzione di ufficiali di polizia giudiziaria e di ispettori sanitari. L’attività di polizia giudiziaria si integra sinergicamente con i controlli antidoping svolti dai NAS, unitamente alle Autorità ed organismi preposti (Coni, Sezione di Vigilanza Antidoping del Ministero della Salute e Federazione Nazionale Medici Sportivi), nel corso di gare sportive di ogni disciplina, dal ciclismo al calcio, fino agli sport di pesistica e body building.
Un esempio recente di intervento da parte dei NAS si è verificato in occasione della Gran Fondo Laigueglia svolta lo scorso 25 febbraio, dove sono stati effettuati dei controlli antidoping in due stanze di albergo messe a disposizione dagli organizzatori dell’evento. Il Presidente del Gs Alpi e organizzatore della Gran Fondo Laigueglia Vittorio Mevio ha accolto positivamente questo intervento affermando che questi controlli permettono di garantire, proprio nelle gare amatoriali, sempre più trasparenza e sicurezza per tutti.
Un altro caso anch’esso recente è avvenuto in Spagna, più precisamente a Villena, dove al termine di una gara ciclistica amatoriale, il Torneo Interclubs Vinalopo è intervenuta la CELAD (Commissione spagnola per la lotta contro il doping nello sport) attuando controlli antidoping a tutti i partecipanti che hanno tagliato il traguardo. Questo ha fatto si che su 182 partenti in 130 hanno dato forfait, adducendo a forature o ad altri imprevisti incorsi in prossimità dell’arrivo. Come si può ben intuire, si tratta di un allarmante segnale che mostra che chi non si è voluto sottoporre a questi controlli e abbia preferito ritirarsi, probabilmente non avesse la coscienza tanto pulita in fatto di doping. Questo fatto clamoroso ha riacceso una forte polemica riguardante il doping diffuso nel ciclismo praticato a livello amatoriale e sul fatto che in tutte le gare amatoriali, non solo in Spagna, si dovrebbero fare controlli antidoping molto più frequenti e serrati, per non incorrere in situazioni tanto imbarazzanti quanto assurde che mettono in cattiva luce uno sport bello come il ciclismo, oltre che a mettere a repentaglio la salute degli sportivi che, spesso, ricorrono a queste pratiche illecite in modo “fai da te”.
Senza andare tanto lontano, purtroppo casi di doping nel settore amatoriale si sono verificati recentemente anche in Italia. Ha suscitato scalpore il caso di Fabio Cini, amatore del Team Promotech Mg Kvis, vincitore di svariate granfondo e molto conosciuto nel circuito dei cicloamatori che lo scorso 18 febbraio, dopo la vittoria alla “Ricordando Pantani”, è risultato positivo allo stanozololo e ai suoi metaboliti e per questo è stato sospeso in via cautelare dalla Procura Nazionale Antidoping.
Conclusioni
In conclusione, le pratiche illecite attuate da chi svolge una qualunque attività sportiva al fine di migliorare le proprie prestazioni sono sempre esistite e messe in atto. Il punto fondamentale della questione è chiedersi il perché si fanno certe cose. Per i professionisti di tutti gli sport l’obiettivo è certamente quello di incrementare il loro successo e la loro fama, quindi di guadagnare di più, mettendo a rischio la loro salute e il loro futuro. Ecco perché nel loro caso i controlli sono molto più capillari e oggi è quasi impossibile non essere beccati in caso di irregolarità. Per il mondo amatoriale la questione è ancora più sconcertante se si pensa che spesso si incorre al doping solo per una questione di orgoglio personale, di competizione fine a se stessa, di dimostrare di essere il più forte a tutti i costi. Il modo più efficace per contrastare queste problematiche nel mondo amatoriale, a mio avviso, è l’intensificazione dei controlli come è avvenuto nel mondo dei pro. Certo, questo comporterebbe un aumento dei costi nell’organizzazione di gare ed eventi che andrebbe a gravare sulle quote di iscrizioni alle gare, ma sarebbe il male minore se utile a scoraggiare questo tipo di irregolarità.
Per chi ama lo sport e nello specifico il ciclismo nella sua natura più pura e genuina sa bene che le parole d’ordine sono FATICA e SACRIFICIO, che possono essere allenate solo con impegno, dedizione, tanto tempo e con un grande cuore, sapendo che non c’è cosa migliore di raggiungere i propri obiettivi (qualunque essi siano, dal vincere una granfondo a semplicemente chiuderla entro il tempo massimo) con sudore e impegno, da cui derivano grandi soddisfazioni.

