Dal podismo al ciclismo: la storia di Silvia Grua tra strade in salita, cadute, rinascite e vittorie

Quante volte sentiamo dire o abbiamo detto che la bicicletta rappresenta la metafora della vita, vuoi per il senso di fatica e al contempo di inspiegabile soddisfazione che se ne trae dopo un lungo giro in bici o dopo aver scalato una faticosa e interminabile salita, vuoi per il senso di libertà e invincibilità che scaturisce dall’aver portato a termine un’impresa contando solo sulle proprie gambe, sulle proprie energie fisiche e mentali, vuoi per mille altri motivi.

Conquistare la sommità di una cima percorrendo una strada in bicicletta o a piedi in un sentiero di montagna racchiude in sé il senso ultimo del raggiungimento di un obiettivo, che acquista ancor più valore proprio per il modo in cui è stato ottenuto. Una cima la si conquista con sudore, con fatica, con impegno, con costanza e perseveranza. Questi sono gli elementi che fanno apprezzare veramente la meta, qualunque essa sia.

“Sport magister vitae”

I latini dicevano “Historia magistra vitae”, la storia è maestra di vita, io invece credo che sia lo sport il vero maestro di vita. La pratica sportiva tempra al tempo stesso il corpo e lo spirito, è esercizio alla fatica, alla perseveranza, alla ricerca della perfezione, è sacrificio, impegno, costanza, disciplina, rigore. Lo ammetto, da ciclista per me è automatico riportare tutti questi concetti al ciclismo, che ritengo essere lo sport per eccellenza in cui fatica e sacrificio costituiscono le parole d’ordine. In bicicletta è facile paragonare le fatiche che si fanno durante una salita e gli imprevisti che si possono incontrare lungo il percorso alle difficoltà della vita. Sì, la vita è un percorso composto da salite, discese e pianure e spesso non siamo noi a decidere se quel tratto lo vogliamo percorrere in discesa o in pianura, alle volte le salite arrivano improvvisamente e noi siamo chiamati solo ad affrontarle, in qualche modo.

Abbiamo detto che la vita può essere paragonata a una lunga salita, ebbene, oggi vi voglio parlare delle salite intraprese da una donna forte e coraggiosa di nome Silvia Grua che dal podismo, suo primo grande amore, si è appassionata al ciclismo e ha raccontato la sua storia nel libro “I colori della salita”, in cui spiccano il suo coraggio e la sua tenacia e il valore dello sport che per lei si è rivelato grande maestro di vita.

Sì, la vita di Silvia è composta da salite, alcune delle quali è stata la vita a costringerla a percorrere, altre volte invece è stata proprio lei a decidere di voler intraprendere sulle due ruote, di corsa o con lo zainetto sulle spalle. In questo articolo vi racconto alcune di queste salite.

Chi è Silvia?

Silvia Grua nasce a Villareggia, un piccolo paese del basso canavese. Fin da bambina mostra un temperamento mite e quieto che crescendo matura nella voglia di scoprire il mondo che la circonda, i suoi profumi e i suoi colori mutevoli, stagione dopo stagione. Un giorno decide di allacciarsi le scarpette da ginnastica per percorrere, senza aver pianificato una meta precisa, i sentieri della collina nei pressi del suo paesino. Ed ecco che in lei si accende la scintilla, la folgorazione di fronte a tutti quei colori che vengono sprigionati da ogni elemento naturale: la neve d’inverno, l’esplosione della primavera, il verde vivo delle fronde delle piante d’estate, così di nuovo l’autunno e poi l’inverno.

Silvia decide di iscriversi alla sua prima competizione podistica, una serale di 6 km. Non appena taglia il traguardo è pervasa da un’emozione fortissima e così decide istintivamente che da quel momento in avanti, qualunque cosa avesse fatto, l’avrebbe fatta per ritrovare quell’emozione. Da quella prima esperienza ne nascono molte altre e così incomincia a partecipare a numerose gare podistiche e a raggiungere i primi e meritati successi. In poco tempo Silvia diventa non soltanto una sportiva e una runner a tutti gli effetti, ma anche una scrupolosa studiosa di percorsi e sentieri per raggiungere le sommità delle montagne che, con il suo zainetto sulle spalle, incomincia a scalare con sempre più dimestichezza e agilità. Coraggiosa e determinata si rende conto che dall’alto delle montagne può scorgere l’immensità del panorama e toccare il cielo quasi con un dito.

La prima salita

Tuttavia, sappiamo bene che la vita è imprevedibile e così, all’età di 34 anni, i sogni e le ambizioni di Silvia si devono interfacciare con una nuova realtà che si chiama cancro. Una parola che fa paura, che spesso si sente nominare, ma che mai ci si immagina possa riguardare la propria vita. Ed è così che per affrontare questa prima nuova salita Silvia attinge da ciò che le ha insegnato la pratica agonistica. La sua squadra, da sempre composta da coetanei con cui condivideva allenamenti, gioie e fatiche, improvvisamente si trasforma: medici, infermieri, volontari, amici che la prendono per mano per intraprendere questa nuova strada, passo dopo passo. I traguardi che Silvia deve affrontare non sono più quelli posti su un rettilineo con uno striscione che ne segna l’arrivo, ma diventano gli interventi e le terapie a cui sempre più spesso deve sottoporsi. Silvia racconta che, quando faceva ritorno a casa dopo un periodo di cure chemioterapiche, nonostante il suo fisico fosse logorato e consumato dalle terapie e da quel terribile ospite indesiderato, il suo primo obiettivo era di alzarsi dal letto e fare il giro dell’isolato, che il suo Garmin segnava essere precisamente di 1 km, ritornare a casa, sfinita, rigettarsi sul letto ma con l’obiettivo di aggiungere un altro chilometro il giorno dopo e un altro ancora il giorno successivo. Come quando in bicicletta scopri la soddisfazione di essere arrivato in cima alla salita il senso di fatica è annientato dall’orgoglio e dalla soddisfazione di avercela fatta con le tue forze e così si innesca un meccanismo, alquanto strano ma che per noi ciclisti rappresenta la normalità, di aggiungere a quella salita un’altra e poi un’altra ancora per rivivere continuamente quell’emozione e portarla al massimo della potenza.

Silvia ha proprio fatto così: ha affrontato la malattia con quello che aveva imparato nei suoi allenamenti. Nella nuova vita parallela che si è trovata costretta a vivere, gli impegni che appuntava sull’agenda non erano più le date delle gare, ma gli appuntamenti con l’ospedale, dove il traguardo era chiamato VITA. Ciò che le ha insegnato lo sport le è servito per affrontare queste nuove difficoltà.

La seconda salita

Dopo un primo momento in cui le cure sembravano aver sconfitto, o almeno assopito, quel mostro, Silvia non ha potuto subito alzare le braccia perché purtroppo, dopo solo due mesi dalla fine delle terapie, una nuova parola ha arricchito il suo vocabolario: recidiva. Questa pallina non voleva andarsene. Come si dice quando in una maratona arriva il muro, così è arrivato anche per lei un nuovo e insormontabile muro. Questa volta non si sentiva pronta, era stanca, abbattuta e svuotata dal tour de force che aveva già affrontato e che apparentemente non aveva portato a niente. Se vogliamo riportare questo sentimento in termini ciclistici, con le dovute differenze, è come quando in gara affronti la prima salita, fai una fatica tremenda, arrivi in cima, ma non riesci a gioire perché sai che te ne aspettano altre cinque o sei e incominci a dubitare sul fatto che ce la farai. Il punto è che ad attendere Silvia in cima c’era il bivio tra la vita e la morte.

È proprio in questo momento che Silvia fa un incontro magico, quello di un medico che si accosta a lei delicatamente per lasciarla sfogare e parlare dei suoi desideri più grandi, per non smettere di sognare. Dalla chiacchierata con questo dottore Silvia inizia a ripercorrere tutti i colori che fin da piccola l’hanno affascinata e che ora, con gli occhi da adulta, riconosceva in oggetti diversi: il VERDE delle distese dei prati ora lo rivedeva nei camici dei medici, quell’AZZURRO del cielo che scorgeva dalle cime delle montagne lo ritrovava nel linoleum dei pavimenti delle sale in cui doveva recarsi per fare la chemioterapia, il ROSSO scarlatto tipico di alcuni fiori che nascono in mezzo alle rocce oltre ai 2000 metri era diventato il colore di un farmaco che utilizzava per le cure. Dopo aver ripercorso queste immagini Silvia comprende che vuole riappropriarsi di tutti questi colori così come li ha conosciuti negli elementi naturali e così, ancora una volta, si rimette in gioco per affrontare un’altra salita, con l’unico grande obiettivo di continuare a mordere la vita.

Silvia non è una che si arrende tanto facilmente, ma si rimette subito in gioco e questa volta avverte la necessità di diffondere la sua storia, di parlarne e descrivere quello che prova nel momento in cui si allaccia le sue scarpette da corsa. Matura il desiderio di trasmettere il messaggio della funzione salvifica dello sport che ha avuto per lei e sull’importanza della prevenzione primaria. Nascono così le due edizioni della “Corri con Silvia”, manifestazioni podistiche il cui ricavato è stato devoluto all’Associazione SAMCO di Chivasso, che si era presa cura di lei nei momenti di difficoltà e che si occupa di assistenza del malato oncologico. Il messaggio di solidarietà che è stato trasmesso in queste due occasioni, a cui hanno partecipato più di duecento persone, è che insieme si può continuare a tener duro anche nelle situazioni difficili, resistere e non mollare.

Silvia ha poi deciso di mettere nero su bianco le sue esperienze, le sue lotte, le salite che ha dovuto affrontare fino ad oggi, le sue rinascite, le speranze, i sogni che le hanno tenuto compagnia nei lunghi momenti in cui doveva stare ferma a letto, privata delle sue energie. Così nel dicembre 2022 esce il suo libro: “I colori della salita. Ho sorriso alla vita pedalando fino al tetto del mondo”. Non è affatto un libro in cui la protagonista è la malattia, in questo libro Silvia parla di colori e di strade in salita, con la consapevolezza che nessuno di noi sa cosa l’aspetta l’indomani, ma l’importante è provare a scalare, passo dopo passo, tutte le salite che la vita ci pone davanti.

La terza salita

Dopo un altro lungo periodo di cure che sembrano aver portato risultati positivi, Silvia si è trovata a dover escogitare l’ennesimo piano B, ma ormai si definisce un’esperta nel trovare soluzioni di fronte a situazioni impreviste e poco desiderate. Il logoramento delle articolazioni dovuto alla corsa, a cui si aggiungono gli effetti delle cure a cui si è dovuta sottoporre negli anni, hanno costretto Silvia ad abbandonare la corsa, ma non l’attività sportiva. All’età di 38 anni compra la sua prima bicicletta, in alluminio, non certo un mezzo di ultima generazione, ma d’altronde non sapeva se questo sport avrebbe mai sostituito il suo primo grande amore, quello per la corsa.

Ebbene, è bastato il click delle scarpette che si agganciano sui pedali per farle rivivere quell’emozione, questa volta facendo girare la catena, pedalata dopo pedalata. Ed è così che Silvia può di nuovo rivedere quei colori e ritrovare quelle pendenze magiche. Nell’ottobre 2021 Silvia deve affrontare il dodicesimo intervento chirurgico, non prima di tentare una nuova e grandissima impresa: l’“Everesting di Silvia”. L’Everesting è una sfida che consiste nel scegliere una salita da ripetere più volte fino al raggiungimento del dislivello della vetta più alta del mondo, il monte Everest, di ben 8848 metri. Allo scoccare della mezzanotte di sabato 4 settembre 2021 Silvia inizia la prima ascesa della salita scelta per compiere l’impresa, una salita di 6,2 km situata nella frazione Broglina, ai piedi di Serra Morenica, vicino alla collina d’Ivrea. La percorrerà per ben 27 volte, coprendo una distanza di 343 km in 18 ore e 11 minuti, realizzando un dislivello positivo di 8912 metri.

Nell’impresa è stata accompagnata, incitata, spronata da amici che in bici, a piedi o di corsa hanno fatto un pezzo di strada con lei. Certo, solo lei ha percorso tutti e 343 km, ma c’è chi si è preso cura di lei preparandole pasta e dolciumi vari per riacquistare le energie che ascesa dopo ascesa diminuivano sempre di più, chi l’assisteva con i ricambi dei vestiti quando si passava dal freddo umido della notte al caldo torrido di una giornata settembrina ma ancora estiva, chi la incitava dal balcone di casa o lungo la strada. Tutte queste persone hanno condiviso con lei un messaggio molto importante e che Silvia non smetterà mai di ripetere: tutti durante il cammino della vita possiamo trovare delle strade in salita, ma sta a noi non fermarci a vedere il nero che le circonda. Sta a noi alzare lo sguardo per rivedere quei COLORI che ci permettono di vivere. Questo lo si può fare con un colpo di pedale dopo l’altro, magari fermandoci o deviando per un attimo il percorso, ma senza arrenderci mai ed è importante – sottolinea Silvia – non farci mai rubare da nessuno i nostri SOGNI e DESIDERI.

I grandi numeri non finiscono qui, perché grazie all’impresa di Silvia sulla Broglina sono stati raccolti 14.000 euro per la Fondazione Umberto Veronesi che si occupa della ricerca sui tumori femminili.

La quarta salita

Questo turbinio di emozioni, che nel libro sono descritte in maniera tanto avvincente quanto emozionante, è andato avanti per tutto il mese di settembre di quell’anno. Appena sette giorni dopo l’Everesting, Silvia ha partecipato alla Milano-Sanremo di 297 km e ha chiuso in bellezza il mese con la Gran Fondo Nove Colli di Cesenatico sulla distanza di 205 km. L’unica cosa che ha costretto Silvia a rallentare un attimo è stato quell’intervento chirurgico che le era stato programmato per il mese di ottobre.

I colori della salita

Nel libro “I colori della salita” c’è tutta l’anima e tutto il cuore di una donna che non solo vuole raccontare la sua esperienza per far vivere con speranza chi è in difficoltà, ma anche per dare un aiuto concreto alle persone che vivono nella malattia e alle loro famiglie. La prefazione del libro è infatti stata realizzata dal direttore del reparto di Oncologia dell’Ospedale Molinette di Torino, Libero Ciuffreda, e il ricavato delle vendite è destinato all’Associazione SAMCO che si occupa dell’assistenza dei pazienti oncologici e, da qualche anno, anche di cure palliative, accompagnando le persone malate e le loro famiglie in questo difficile percorso. Il libro è disponibile e facilmente acquistabile su Amazon e in tutti i canali di vendita online, oltre che in libreria.

Voglio ringraziare Silvia per aver dedicato il suo tempo nel racconto della sua incredibile storia e per l’opportunità che dà a tutti noi, alla luce delle salite che hanno caratterizzato la sua vita, di riflettere sulle nostre salite, assumendo un’ottica di gratitudine e amore per la vita nonostante ci metta continuamente alla prova. La storia di Silvia mi ha fatto riflettere sul fatto che la vita ci offre la cosa più bella di tutte in assoluto, quella di vedere i colori che ci circondano (meglio ancora se contemplati durante un’uscita in bicicletta!). Allora come non continuare a mordere, come dice Silvia, questa «strana, difficile, imprevedibile, ma unica vita che abbiamo»?!

Letizia Nepomuceno

25 anni di Varese, aspirante giornalista e appassionata di ciclismo. Laureata in Lettere Moderne, pratica ciclismo a livello amatoriale. Le salite sono il suo habitat naturale e la scrittura è la sua grande passione insieme al ciclismo. Le piace raccontare il ciclismo femminile per promuovere un mondo in continua evoluzione e diffusione.

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