Moreno Moser, tra sogni infranti e rinascita: “Il talento non basta se sbagli metodo”

Moreno Moser oggi guarda al ciclismo da una prospettiva diversa, ma il legame con la bicicletta non si è mai spezzato davvero. Dopo il ritiro, l’ex professionista trentino ha scelto di reinventarsi: si è laureato allo IED di Milano in Design della Comunicazione e lavora nella produzione di contenuti per aziende, affiancando saltuariamente Eurosport come commentatore tecnico. Eppure, tra un progetto creativo e una telecronaca, il passato torna spesso a bussare.

Il suo è uno di quei nomi che nel ciclismo italiano hanno fatto sognare. Classe 1990, nipote di Francesco Moser, Moreno aveva bruciato le tappe sin dal primo anno tra i professionisti. Nel 2012, con la Liquigas-Cannondale, arrivarono vittorie pesanti: il Trofeo Laigueglia e soprattutto il Giro di Polonia, dominato con due successi di tappa e la classifica generale. L’anno successivo il capolavoro alle Strade Bianche, davanti a Peter Sagan, con Fabian Cancellara ai piedi del podio. A quel punto, per molti, il futuro sembrava già scritto.

Quel futuro, però, non ha mantenuto le promesse iniziali. Dopo il 2013, i successi sono diventati sempre più rari: una tappa al Giro d’Austria nel 2015, il ritorno al successo a Laigueglia nel 2018 e poi il canto del cigno nel 2019 con la Nippo Vini Fantini Faizanè, esperienza conclusa anzitempo. Poco dopo, la decisione di dire basta.

In un’intervista alla Gazzetta dello Sport, Moser ha affrontato senza filtri le ragioni di una carriera che avrebbe potuto essere molto più lunga e vincente. Il cognome pesante, spesso chiamato in causa, non è per lui una spiegazione valida: “Non credo che chiamarmi Moser abbia cambiato le cose. Le aspettative sono nate dai risultati che avevo ottenuto, non dal mio nome. All’inizio mi riusciva tutto con una facilità disarmante e ho pensato davvero di poter arrivare ovunque”.

Una convinzione che col tempo si è trasformata in un boomerang. Le critiche non sono mancate: scarso impegno, allenamenti insufficienti, persino illazioni sul doping. Accuse che Moreno respinge con serenità: “Ho la coscienza pulita e lascio parlare chi vuole. La verità è un’altra: ho sbagliato approccio”.

Il punto centrale, secondo l’ex corridore, è stato il metodo. Allenamenti estremi, alimentazione inadeguata, convinzioni oggi superate: “C’era l’idea che meno mangiavi e più tornavi a casa distrutto, meglio era. In realtà mi stavo spegnendo”. Le conseguenze sono state pesanti: una serie di malattie negli ultimi anni di carriera – dalla mononucleosi al citomegalovirus – che ne hanno minato definitivamente il rendimento.

Guardando il ciclismo moderno, Moser non nasconde un pizzico di rimpianto: “Oggi tutto è più scientifico, più razionale. Se potessi tornare indietro, cambierei praticamente ogni cosa”. Non una resa, ma una presa di coscienza. Perché a volte il talento non basta: serve anche il contesto giusto per farlo durare.

Oggi Moreno Moser pedala ancora, ma su strade diverse. E forse, proprio lontano dal cronometro e dalla pressione del risultato, ha trovato quella continuità che gli era sfuggita quando sembrava destinato a diventare un campione.

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